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Recensione di Santa Maria delle Grazie di Milano.

Dire Santa Maria delle Grazie e pensare al Cenacolo di Leonardo da Vinci è un riflesso condizionato: ubi maior minor cessat.
Questo ha praticamente annullato la conoscenza della Basilica, che pure merita per architettura, storia e bellezza: opera voluta da Ludovico il Moro, costruita su progetto del Bramante, anche se l’attribuzione non è unanime e se a dirigerne i lavori e a completarla fu Giovanni Antonio Amadeo.
Intanto le dimensioni: l’area occupata è molto più vasta di quanto appare guardando la chiesa: infatti è un convento, il complesso consta di due chiostri, uno – il Chiostro dei Morti – molto ampio, l’altro decisamente più piccolo. Quest’ultimo è denominato Chiostro delle Rane grazie alle due piccole statue in bronzo che decorano la fontana posta al centro. Il chiostro è un perfetto quadrato, circondato dai colonnati di passaggio con cinque arcate per lato.
I lati dei chiostri ospitano tutti gli edifici minori dove alloggiavano – e ci alloggiano ancora – i frati.
Particolarmente ricca e complessa l’architettura della Basilica tardo gotica: la tribuna centrale è praticamente un gigantesco cubo: il quadrato, e il richiamo alle sue dimensioni nelle arcate laterali e nel diametro della sovrastante cupola, sono all’origine dell’armonia che percepisce il visitatore.
Tre absidi circolari completano i lati piccoli della struttura a croce: quello dietro l’altare contiene il coro con gli stalli in legno destinati ai frati.
Incredibile il numero di Cappelle che completano la navata centrale: sette per lato, tutte ancora una volta a pianta cubica.
Si tenga presente che nell’intenzione del Duca Ludovico il Moro la Basilica era destinata alla sua sepoltura e a quelle dei suoi nobili famigliari, tant’è che originariamente conteneva la lapide raffigurante appunto Ludovico con la moglie amatissima Beatrice d’Este, morta a soli ventidue anni.
Quest’ultima fu l’unica ad essere effettivamente sepolta nella Basilica, in quanto dopo la disfatta di Novara ad opera dei Francesi il Duca fu portato in prigionia in Francia dove morì e dove fu sepolto.
A seguito di ciò il mausoleo fu disfatto e oggi ne resta solo la copertura superiore, che però è conservata nella Certosa di Pavia.
Ma la Basilica abbonda di opere di grande pregio, dagli affreschi alle statue e ai decori, realizzate tutte da grandi artisti che nei secoli ne hanno completato e arricchito il progetto: in ordine sparso dopo Solari (autore della prima chiesa poi sostituita da quella originata dal progetto del Bramante) e assieme a diversi anonimi: Butinone, Zenale, Montorfano, Bramantino, Paolo da Cannobbio, Gaudenzio Ferrari, i fratelli Cazzaniga, Silvio Consadori, i figli di Bernardino Luini, il Caravaggino, Giovanni Demìo, Coriolano Malagavazzo, Ottavio Semino, l’allievo di Leonardo Marco d’Oggiono, e molti altri; c’è anche il Tiziano, autore dell’altare della Pala dell’Altare della Cappella di Santa Corona e di un dipinto (l’Incoronazione di spine ora esposto al Louvre).
Ci sono anche opere di di artisti contemporanei, per esempio alcune statue di Francesco Messina
L’ultima opera realizzata è recente, del 1963: si tratta della vetrate della cappella della Vergine delle Grazie (la settima del lato a sinistra), realizzate dalla pittrice Amalia Panigati e raffiguranti nell’ordine Annunciazione, Natività, Crocifissione e Incoronazione della Vergine.
Il Cenacolo non è l’unica opera realizzata in questa Basilica da Leonardo da Vinci: grazie al Vasari, che la visitò, sappiamo che erano presenti anche alcuni suoi ritratti del Duca e dei suoi famigliari , realizzati con la stessa tecnica dell’affreso a secco usata per il Cenacolo, tecnica allora innovativa, ma che nel tempo si è rivelata poco duratura, tant’è che oggi ne restano solo alcune lievissime tracce.
Completano il complesso il Refettorio (quello a cui si accede dalla porta posta sotto il Cenacolo) e l’Organo a canne, che però è recente (realizzato nel 1965 e ancora restaurato nel 2004/2005)
Ma veniamo al Cenacolo, l’opera per cui la Chiesa di Santa Maria delle Grazie è meta di visite ininterrotte da sempre.
L’affresco si sa è straordinario ed è giunto a noi solo grazie alla maniacale cura dei Frati e alla loro previdenza: il muro che lo porta è l’unico rimasto in piedi durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale che avevano praticamente raso al suolo quanto già restaurato nell’Ottocento. Consci del pericolo i religiosi avevano provveduto ad imbottirlo su entrambi i lati con sacchi di sabbia e lo hanno così salvato dalle bombe.
Peraltro va ricordato che i Frati per loro comodità non avevano avuto nessun riguardo ad aprire una porta per il loro più comodo accesso che ha però per sempre cancellato una parte non piccola e nemmeno insignificante del dipinto: ancora una volta la pancia aveva prevalso sull’arte.
Ma a detta di alcuni studiosi il Cenacolo non si è salvato dai restauri, anche se quanto raffigurato è sicuramente simile all’originale dipinto.
Lungi dalle mie intenzioni sollevare polemiche, ma è doveroso riportare quanto pochi critici ma più di qualche esperto affermano con argomenti quantomeno credibili.
Intano i primi antichi interventi atti a conservarlo furono proprio dei pasticci, molto imprecisi e poco rispettosi dei dettagli, che hanno coperto con una patina per nulla fedele alla tecnica usata da Leonardo e che nascondevano molto più di quello che mostravano.
Ma grazie al cielo proprio questa patina ha in qualche modo contribuito a salvare il sottostante originale, riuscendo a portarlo fino al più recente intervento di restauro (meglio sarebbe dire di ripristino), questo sì fatto veramente a regola d’arte.
Prima del Settecento non si hanno notizie verificabili di interventi di restauro (sicuramente il dipinto si dimostrò fragile fin da subito, e sicuramente più di qualche volenteroso ci mise mano, a vedere cosa è stato trovato nell’ultimo intervento). Dal 1700 ad oggi sicuramente ben sette sono stati i restauri fatti e documentati da diversi maestri, quasi tutti con tecniche approssimative (e forse non poteva essere diversamente, data la mancanza dei supporti e delle conoscenze oggi disponibili, soprattutto in ambito digitale. Nei vecchi interventi l’attenzione era rivolta più al soggetto che al metodo e allo studio di come e con quali tecniche aveva operato Leonardo, e si faceva riferimento principalmente alle molte riproduzioni che il dipinto aveva generato per ripararlo.
Oggi la fragilità dell’opera è rimasta tale, ma gli studi finanziati in maniera cospicua anche da sponsor commerciali hanno consentito di poter finalmente rivedere l’opera così come fu inizialmente concepita e realizzata, ma soprattutto di raccogliere una mole infinita di dati grazie ai quali il Cenacolo potrebbe oggi essere riprodotto in modo assolutamente fedele all’originale in molteplici copie.
Nessuna ovviamente con lo stesso fascino di quella a buon diritto definita originale conservata nel Refettorio di Santa Maria delle Grazie a Milano.
Venendo all’opera – nota anche come L’Ultima Cena – sono proprio i restauri iniziati nel 1977 e terminati solo nel 1999, oltre vent’anni dopo, realizzati da Pinin Brambilla Barcilon – da allora nota come la Signora del Cenacolo – a riportare in evidenza particolari mai visti primi: dalla tavola imbandita con abbondanza di piatti e calici, a ricordare la moltiplicazione dei pani e dei pesci, fino ai piedi dell’Apostolo Giovanni, dallo splendido paesaggio che appare dalle finestre dietro al Redentore, con un cielo di una delicatezza incredibile, fino alle vere fattezze degli Apostoli spesso non solo oscurati dai precedenti restauri, ma addirittura camuffati. Per non parlare per esempio dell’aggiustamento delle dimensioni dei corpi e degli arti che ha messo in risalto il perfetto allineamento prospettico delle figure con la faccia del Cristo, e dell’aggiustamento dei toni dei colori che ha riportato in evidenza la suddivisione dei commensali a gruppi di tre, chiaro riferimento alla Trinità.
A chi ha già visitato il Cenacolo, ma anche a chi si appresta a farlo, è vivamente consigliabile leggere il libro scritto dalla Pinin Brambilla Barcilon intitolato La mia vita con Leonardo, stampato nel 2015 dalla Casa Editrice Electa, di agile e divertente lettura. In sole centoventotto pagine arricchite da dodici illustrazioni rivela le fatiche, le scoperte, le attenzioni, le tecniche e i trucchi degli oltre vent’anni dedicati in perfetta simbiosi con l’autore ad una delle icone della nostra cultura.
Non solo il Cenacolo, ma anche Leonardo e tutta l’Arte vi appariranno in una luce diversa, inaspettata.
Addirittura, sia che già abbiate visitato l’opera esposta nel Refettorio di Santa Maria alle Grazie, sia che non l’abbiate ancora fatto, non potrete resistere al desiderio di tornarci (o di andarci per la prima volta).
E anche se ancora non avete visitato l’Ultima Cena di Leonardo Da Vinci, dopo il libro ne saprete sicuramente di più di tanti frettolosi turisti.

About Luca Spinelli

SEO & webmaster di Lissone. Aiuto le PMI ad emergere su Google e da fine Luglio 2019 gestisco Atlovir. In questo blog curo le interviste di chi fa impresa in Lombardia e la sezione FAQ.

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